Nurse 4.0

Dove ci sono gli infermieri

Non compete all’infermiere ma al personale subalterno, Cassazione lavoro n. 1078 del 09 febbraio 1985: le mansioni igienico-domestico-alberghiere e precisamente: riassettare il letto e cambiare la biancheria; smaltire le sacche di urina; sostituire i pannoloni,rispondere ai campanelli di richiesta domestica e alberghiera; soddisfare richieste che attengono alle necessità quotidiane dei pazienti; alzare e abbassare le tapparelle; aprire e chiudere le finestre; alzare e abbassare lo schienale del letto; aprire una bottiglia; riempire un bicchiere d’acqua; porgere il telefonino, gli occhiali, la dentiera, una bottiglietta, ecc.; accendere e spegnere la televisione; prendere le lenzuola; chiudere la porta; chiamare un parente al telefono; prendere dall’armadio vestiti, scarpe, calzini; vestire e movimentare il paziente alzandolo di peso nel letto; sollevare il paziente dal letto/carrozzina/comoda e viceversa il più delle volte da solo per accompagnarlo al bagno; usare le padelle e i pappagalli, svuotarli e pulirli; pulire le bacinelle ed ogni presidio usato dal medico e dal paziente; imboccare i pazienti non autosufficienti; , effettuare le cure igieniche, vestire il paziente; barellamento dei pazienti a mezzo di carrozzina, barella e letto per il trasportarli verso altri servizi; preparare, lavare ed asciugare il materiale da sterilizzare; pulire, controllare e rifornire i carrelli e gli armadi di servizio; smaltire il materiale sporco usato per l’assistenza; spostare tra le stanze materassi, letti interi e comodini.

 

E l’IP.AS.VI.? L’IP.AS.VI. sta a guardare, tanto le loro poltrone sono protette da ogni ingerenza.

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l’infermiere è responsabile dell’assistenza generale infermieristica. Ciò vuol dire che ricopre un ruolo di primaria importanza nella pianificazione e gestione dell’assistenza che riguarda le attività igienico-domestico-alberghiere,assegnate, in primis, all’infermiere generico ex art. 6 D.P.R. 14 settembre 1974 n. 225 (assistenza diretta) e nelle attività squisitamente infermieristiche professionali (assistenza indiretta) ex art. 1 dello stesso decreto; ovvero garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche e si svolge sul piano preventivo, curativo, palliativo e riabilitativo attraverso le modalità tecnica, relazionale ed educativa;
quella dell’infermiere professionale è una professione che, per essere svolta, necessita di una abilitazione rilasciata dallo Stato a seguito di un percorso di studi universitario, così come previsto dall’art. 100, R.D. 27 luglio 1934 n. 1265 (T.U. leggi sanitarie) che recita: “Nessuno può esercitare la professione di medico-chirurgo, veterinario, farmacista, infermiera professionale, se non abbia conseguito il titolo di abilitazione all’esercizio professionale, a norma delle vigenti disposizioni”;
leIl D.M. valorizza la professione infermiere le principali funzioni che attengono all’infermiere si svolgono agendo sia individualmente per quanto sia di propria diretta competenza, sia in collaborazione con gli altri operatori sanitari per la programmazione assistenziale (considerato che sul piano pragmatico lo ius variandi non permette la sovrapposizione mansionale) e, ove necessario, cioè quando l’infermiere lo ritiene tale, si avvale dell’opera del personale di supporto (infermiere generico, A.S.S.S., O.T.A. e O.S.S.);
la formazione infermieristica post-base si fonda sulle conoscenze cliniche avanzate e non meramente esecutive e manuali.
InIl D.M. valorizza la professione infermiere:in poche parole, sia la declaratoria contrattuale che il decreto ministeriale, descrivono l’infermiere professionale come un operatore di elevata capacità tecnico-scientifica, capace di organizzare e gestire in proprio, con progettualità, l’assistenza generale, spendendosi personalmente per l’esecuzione assistenziale di alto livello il cui ambito rileva sul piano strettamente scientifico, sul fronte diagnostico-terapeutico e nelle diverse discipline della prevenzione e delle cure palliative.

Sul piano assistenziale diretto che attiene, invece, alla cura della persona e al soddisfacimento dei suoi bisogni primari (igiene, cura, alimentazione, riposo, clima, benessere, relazioni, ecc.) la strategia organizzativa è lasciata nella sua fase progettuale e di verifica all’infermiere (per le reazioni ai feedback), mentre l’esecuzione materiale delle mansioni di natura igienico-domestica-alberghiera è rimessa esclusivamente agli operatori di supporto ovvero al personale subalterno all’infermiere professionale.

Nondimeno, la giurisprudenza formatasi sull’art. 2103 è fondamentale per delineare gli ambiti di rilievo che interessano il demansionamento qui lamentato.

La legislazione ha creato due distinti figure: chi pensa alla pompa ad infusione e chi pensa al pannolone; non è possibile pretendere tutte e due le cose dalla medesima persona!

Ne và della dignità del lavoratore ma ancor più della dignità del paziente.

Non vi è dubbio che l’analisi di questa documentazione dimostra che l’infermiere è indaffarato a cambiare pannoloni, somministrare farmaci, svuotare pappagalli, chiamare il medico, fare la doccia al paziente, monitorare i parametri vitali, mettere la padella, intervenire nell’urgenza medica, cambiare la biancheria, mettere le flebo; cioè è indaffarato a confondere il pulito con lo sporco, le attività intellettuali con quelle manovali, come se fosse il factotum dell’ospedale.

Tutto questo crea malumore, illegalità, disservizi e forti disagi.

Obbligare il personale ausiliario a svolgere le proprie mansioni non comporta impegni di spesa per l’amministrazione perché questo personale già viene retribuito per svolgere assistenza diretta, il problema è che nessuno ha interesse a farglielo fare, neppure i sindacati e la Federazione IP.AS.VI. che ci rappresentano.

Prof Mauro di Fresco

obesità»
Uno studio dei ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dimostra la correlazione tra consumo di alte quantità di fruttosio e sviluppo di malattie epatiche gravi. Valerio Nobili, specialista in Malattie Epatometaboliche: «L’abuso sistematico di quantità di zucchero aggiunto, provoca gli stessi effetti dell’alcol, in particolare nei bambini» Continua a leggere

Il fenomeno del demansionamento è, secondo la giurisprudenza (permultis: S.C., SS.UU., 11 novembre 2008 n. 26972) la violazione peggiore, la cattiveria più grande che il datore possa fare al proprio dipendente e, per questo, va sanzionata con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento.

In ambito infermieristico, però, il demansionamento è atipico perché non è cagionato dal datore, ma solo perpetrato e sfruttato.

L’infermiere nasce già demansionato, è l’università che lo prepara perché il datore lo possa sfruttare , per “mandare avanti il reparto”.

I corsi universitari sono ridicoli..

Questo indottrinamento che rende appetibili gli infermieri a chi li voglia sfruttare, si rafforza sul posto di lavoro perché i coordinatori e i dirigenti infermieristici, spesso sostenuti dai collegi e dalla federazione, spingono in tal senso, proteggendo gli ausiliari specializzati, gli O.T.A. e gli O.S.S. dall’assistere i malati, anzi, dal toccarli proprio.

le amministrazioni sanitaria hanno sfruttato, nella stessa persona, due diversi profili funzionali: l’infermiere e l’ausiliario, locupletando ingiustamente sul secondo profilo.

L’infermiere non è quello che il D.M. n. 739 stabilisce, non lo è mai stato, perché corre per tutto il tempo pur di soddisfare ogni bisogno del malato, è un mero esecutore come lo era l’infermiere del 1940.

E tutto questo distrugge l’anima dell’essere infermiere oggi, in considerazione del livello evolutivo tecnico-scientifico raggiunto, che i nostri colleghi non si possono permettere di apprezzare e praticare.

“Sussiste il diritto del lavoratore all’effettivo svolgimento della propria prestazione professionale la cui lesione da parte del datore di lavoro costituisce inadempimento contrattuale e determina, oltre all’obbligo di corrispondere le retribuzioni dovute, anche l’obbligo di sanare i danni subiti, che possono assumere aspetti diversi in quanto possono consistere non solo nel danno patrimoniale derivante dall’impoverimento della capacità professionale acquisita dal lavoratore e dalla mancata acquisizione di una maggiore capacità o nel pregiudizio subito per perdita di chance ossia di ulteriori possibilità di guadagno, ma anche in una lesione del diritto del lavoratore alla integrità fisica o, più in generale, alla salute ovvero alla immagine o alla vita di relazione (per tutte, Cass., 14 novembre 2001 n. 14199). Più in particolare ancora, occorre ribadire che la negazione o l’impedimento allo svolgimento delle mansioni, al pari del demansionamento professionale, ridondano in lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità del lavoratore anche nel luogo di lavoro, determinando un pregiudizio che incide sulla vita professionale e di relazione dell’interessato, con una indubbia dimensione patrimoniale che rende il pregiudizio medesimo suscettibile di risarcimento e di valutazione anche in via equitativa”.

Presidente AADI

Prof.Mauro di fresco.

Il 9 febbraio con la Sentenza n.52/2016 il Giudice del Lavoro del Tribunale di Caltanissetta in accoglimento del ricorso, accerta e dichiara che i ricorrenti dal 2006 ad oggi, hanno svolto anche mansioni inferiori non rientranti tra quelle d’inquadramento e, per l’effetto

Condanna l’Azienda Sanitaria Provinciale N. 2 di Caltanissetta ad adibire i ricorrenti ai compiti previsti per la qualifica di inquadramento

Condanna l’Azienda Sanitaria Provinciale N. 2 di Caltanissetta al risarcimento del danno non patrimoniale

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IL DEMANSIONAMENTO GIuridico

Il significato di demansionamento non può essere oggetto di speculazioni sofistiche di natura deontologica perché rientra nei fenomeni patologici delle condotte antigiuridiche e, quindi, è materia giuslavoristica più che ordinistica o filosofica.

La speculazione deontologica viene attuata dai sofisti dell’infermieristica per razionalizzare e spiegare la fisiologia del demansionamento ed ha, quindi, una funzione negazionista di un fenomeno illecito, contrario alla legge e devastante per una professione che si definisce intellettuale, finendo col distruggere anche le basi legislative che fondano l’esistenza stessa dei Collegi IPASVI.

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Come affrontare il turno di notte.
la letteratura riguardante i danni riportati da medici e infermieri, di cui citiamo i riferimenti più significativi.
Per Czeisler e collaboratori, del dipartimento di medicina del sonno della Harward Medical School, i turni notturni prolungati sono associati ad un evidente e significativo aumento del rischio di procurarsi lesioni percutanee. (6) Brown, dell’Università del Michigan, ha posto in evidenza un incremento percentuale del 4% di rischio di ictus ischemico ogni 5 anni di lavoro a turni con turni notturni (7). Schernhammer e Laden dell’Università di Harvard sul Journal of the National Cancer Institute ci fanno scoprire come l’attività a turni con almeno tre turni notturni mensili per un periodo di 15 o più anni sia collegata ad una maggiore probabilità percentuale di sviluppare tumori del colon-retto del 35% rispetto ai lavoratori diurni. Sempre nella stessa pubblicazione si evidenzia il il drammatico calo della produzione di
melatonina a partire dalla seconda settimana di innaturale esposizione a stimoli luminosi notturni e correlano a ciò l’aumentato rischio (8).
Olson ed Ambrogetti in una review sul Medical Journal of Australia hanno accentrato la loro attenzione sulle modificazioni ormonali e metaboliche, dipendenti dalla alterazione del ritmo circadiano conseguente alla turnistica notturna, ed hanno rilevato un sensibile aumento del rischio di sviluppare diabete mellito, obesità e cardiopatia ischemica. L’arretrato di sonno accumulato in casi di turni prolungati, secondo gli stessi autori, necessita di un riposo di almeno 48 ore per essere recuperato. In particolare vengono definiti come pericolosi quei turni che comprendano oltre la notte anche il mattino successivo od il pomeriggio senza alcun adeguato riposo intermedio. La review prosegue citando lo studio Helsinki Heart Study in cui veniva descritto un incremento del rischio di sviluppare patologie cardiovascolari compreso tra il 40 ed il 50% rispetto ai lavoratori diurni (9). Questo dato è sovrapponibile sia a quello ottenuto dal Nurse’s Health Study statunitense, che indica nel 51% la maggiorazione del rischio dopo soli 6 anni di lavoro con turni notturni. L’analisi elaborata da Kawaki e pubblicata su Circulation rileva un rischio maggiore del 21% entro i 6 anni di attività anche notturna e del 51% quando sia superato questo limite (10). Zheng e collaboratori della Yale University School of Medicine hanno dimostrato in medici che lavorano in terapie intensive, sottoposti a turni di lavoro prolungati e a lavoro notturno, un incremento di IL6 e della PCR che sono considerati markers biologici di infiammazione vascolare correlati ad eventi ischemici cerebrali e cardiaci (11). Scheer del Dipartimento di Medicina del Sonno della Harvard Medical School ha posto in risalto la presenza di notevoli disturbi del sonno, con riduzione delle fasi REM, nei lavoratori a turni, con turni di notte, disturbi che tuttavia regredivano ritornando al lavoro diurno (12). Sempre associate ai disturbi, le mialgie talora anche molto importanti. In una review di Sleep sono riportati dati interessanti sui lavoratori coinvolti nei dipartimenti di emergenza, costretti spesso a dover prendere difficili decisioni terapeutiche con pazienti a rischio per la vita, relativi a disturbi della vita di relazione ed in specifico con i propri familiari sia per la “turnistica” in sé sia per una sorta di “deformazione professionale del pensiero” che sminuisce tutto ciò che non sia di “vitale importanza”. Sono sintomi caratteristici uno stato di affaticamento “cronico” comportante irritabilità, calo delle prestazioni e diminuita agilità mentale (16,17,18). La maggioranza degli studi evidenzia come, e qui il rimando specifico è al personale del comparto, spesso i lavoratori preferiscano settimane lavorative più brevi incrementando di conseguenza l’attività quotidiana sino a 12 e più ore. I test effettuati su questi stessi lavoratori rilevano, senza ombra di dubbio, che il “prezzo pagato” è assai alto ed è caratterizzato da un eccessivo affaticamento, specie nelle ore finali dei turni, e da un’attenzione notevolmente diminuita. La distribuzione statistica degli errori notturni ha un picco catastrofico nelle ore comprese tra le 4 e le 8 del mattino (14). Diversi studi mettono in risalto una probabilità circa 3 volte maggiore (rispetto ai lavoratori diurni) di sviluppare disturbi che appaiono meno gravi, ma sono sicuramente fastidiosi, quali diarrea, dolori addominali, epigastralgie ed eccessiva flatulenza. Tali fenomeni vengono messi in correlazione prevalentemente con l’inadeguata ed irregolare alimentazione dei soggetti che lavorino a turni (9). La Dottoressa Schernhammer sul Journal of the National Cancer Institute riporta i dati relativi a circa 80.000 lavoratrici osservate nel Nurses’ Health Study (15) Questi evidenziano un significativo incremento delle probabilità di sviluppare tumore al seno che appare proporzionale al periodo di “esposizione” ai turni di notte ( 1-15 anni, 16-29 anni, oltre i 30 anni) correlandolo alla perdita dell’azione oncostatica della melatonina (ridotta nei lavoratori a turni). Un recente dato che proviene dal sistema assicurativo danese ODC (Occupational Diseases Committee) pone in evidenza la rilevanza di studi che ritengono il turno di notte un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo di tumori al seno.
Complessivamente circa un infermiere su 10 è vittima dell’aumento di mortalità dovuta al lavoro notturno.
Le donne che hanno lavorato fino a 14 anni hanno un rischio di morte del 19%.
Fino al 23% per chi ha lavorato con turni notturni per periodi maggiori di 15 anni.
La causa è dovuta ad una riduzione della produzione dell’ormone della melatonina. Nelle parole dei ricercatori si evidenzia che :“Alterare il ritmo circadiano riduce i livelli di melatonina secreti dall’organismo, la cui funzione oncoprotettrice è confermata da decenni di studi sull’uomo e sull’animale; la melatonina è un antiossidante che contrasta quei fenomeni di danneggiamento del DNA che possono portare allo sviluppo dei tumori»

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https://youtu.be/QHxVn84md5U https://youtu.be/QHxVn84md5U
La guerra civile siriana ha lasciato centinaia di migliaia di morti, e ancora più feriti. Ma i medici a Aleppo sono stati in grado, salvo una nuova vita in un giorno che ha ucciso 45.

britannica Channel 4 News in onda “I bambini di Aleppo: Il bambino nato in un attentato a botte”, che documenta la miracolosa – seppur grafica – i medici momento rivivere un bambino senza vita, dopo di lui la consegna attraverso un cesareo d’emergenza.

17/02/2017 – Lettera Ipasvi al ministro Lorenzin per un suo immediato intervento che eviti si ripetano fatti come quelli di Perugia e Ancona in cui turni massacranti, organici depauperati, personale che invecchia mettono a rischio la professionalità degli infermieri e la salute dei pazienti IL TESTO

La presidente della Federazione Ipasvi, Barbara Mangiacavalli, ha inviato oggi una lettera al ministro della Salute Beatrice Lorenzin, con la richiesta di un suo immediato e risolutivo intervento, non dal punto di vista disciplinare, ma dell’organizzazione del lavoro, per evitare che si ripetano fatti come quelli recenti di Perugisa e Ancona in cui infermieri ormai prossimi alla pensione sono stati licenziati o inviato davanti alla commissione disciplinare per non essere “fisicamente” riusciti ad adempiere in pieno non al loro dovere, ma alla mole di lavoro extra di cui sono caricati oggi i professionisti sanitari per la carenza di organici nelle strutture sanitarie.

Secondo Mangiacavalli “turni massacranti, organici depauperati, personale che invecchia – ogni anno l’età media cresce di un anno, come dimostrano i dati del Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato e oggi siamo intorno ai 48-49 anni per gli infermieri – non garantiscono né il necessario benessere organizzativo né la sicurezza di chi, come gli infermieri, essendo operatori in front office, rappresentano il punto di caduta di tutto lo stress e i problemi anche dei cittadini e aumentano le inidoneità ad alcuni servizi, indebolendo l’assistenza. Il mancato reintegro dei giovani e il prolungamento dei termini per l’uscita dal servizio hanno fatto si che oggi sia un fenomeno “normale” avere negli organici professionisti con età più elevate rispetto al passato”.

“Turni massacranti – prosegue la presidente Ipasvi – si traducono per gli infermieri in disturbi del sonno, problemi digestivi, stress, aumento di peso, malattie dell’apparato gastroenterico, effetti sulla sfera psicoaffettiva e disturbi cardiovascolari con un aumento del 40% del rischio di malattie coronariche. Tutte evidenze che negli ultimi tempi molte campagne avviate dal Suo dicastero cercano di vitare e combattere. Ma i danni più subdoli sono quelli ai pazienti che del Servizio sanitario hanno fiducia: la ridotta vigilanza può portare a errori che possono compromettere il benessere del paziente. In uno studio relativo alle ore di lavoro degli infermieri per la sicurezza del paziente, i rischi di errori e gli errori sono aumentati quando gli infermieri hanno svolto turni straordinari oltre le 12 ore, incrementando 3 volte il rischio di cadere in errore e più del doppio il rischio di incorrere in un quasi-errore. Di tutto questo tuttavia sembrano non curarsi le aziende sanitarie che, spesso, utilizzano, invece di quelli legati al buon senso, parametri che vengono dalla burocrazia e da una fiscalità secondo cui la qualità del lavoro si può misurare in minuti di presenza e non nel tipo di servizio che in certi casi questa può garantire. Colpa della carenza di risorse, colpa della carenza di organici, ma a farne le spese non possono essere i professionisti che dedicano se stessi a far fronte come si può proprio a queste situazioni”.

La lettera prosegue con la richiesta al ministro “perché intervenga rapidamente e in modo incisivo in una situazione che se a quanto pare non può avere vie d’uscita imminenti, reintegrando come sarebbe giusto e dovuto gli organici, non può nemmeno aumentare i rischi e gettare il fardello di tutte le responsabilità su quei professionisti che nei fatti di Nola Lei stessa ha definito “eroi che fanno il proprio lavoro e quando arriva un malato hanno il diritto ed il dovere di curarlo”.

“Le chiediamo – conclude la lettera – di aiutarci a difendere questo diritto e questo dovere che si può garantire solo se chi se ne fa carico è nelle condizioni di farlo. E Le chiediamo formalmente e con urgenza di intervenire perché questi professionisti, oltre al danno fisico per loro e ai rischi per i pazienti che assistono, non debbano subire anche le beffe di carriere messe in dubbio se non troncate solo perché hanno ancora una volta fatto di tutto per compiere il loro dovere”.
Ipasvi.it


P.a., il piano assunzioni scatterà per chi è precario da almeno 3 anni
Il piano straordinario di assunzioni per il superamento del precariato storico nella Pubblica amministrazione interesserà quanti hanno maturato almeno tre anni di servizio, anche non continuativi. Sarebbe questa il grado di “anzianità” richiesto. Nelle bozze della riforma Madia finora circolate, infatti, il numero di anni non era ancora stato specificato.

L’abuso dei contratti a termini – Il progetto di assunzioni straordinario era già stato annunciato ma ora prende forma, con la definizione dell’anzianità minima richiesta per accedere: almeno tre anni anche se non continuativi. E’ lo stesso tetto che vale per il privato, che spacchettato in mesi fa 36. La mossa rientra nella riforma del pubblico impiego e risponde anche ai richiami dell’Europa, che da tempo ha acceso i fari sull’abuso di contratti a termine rinnovati all’infinito.

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Alfio Stiro

Post N4.0

l’infermiere è responsabile dell’assistenza generale infermieristica. Ciò vuol dire che ricopre un r [continua]

obesità» Uno studio dei ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dimostra la correlazione t [continua]

Il fenomeno del demansionamento è, secondo la giurisprudenza (permultis: S.C., SS.UU., 11 novembre 2 [continua]

Il 9 febbraio con la Sentenza n.52/2016 il Giudice del Lavoro del Tribunale di Caltanissetta in acco [continua]